di Marcello Cavallo
foto di Maurizio Imola
La struggente e desolante bellezza di uno scoglio sperduto in Adriatico, il silenzio del vento rotto dal vociare dei gabbiani, il canto del mare che potrebbe essere oceano, i colori accecati dal sole che non trovano riparo, il blu cristallino di fondali che sanno di magia, sensazioni, emozioni e poi il nulla. Questa è Pianosa, l'isola dimenticata e sperduta del più celebrato arcipelago delle Tremiti.
Il suo nome ne descrive la struttura pianeggiante: lunga 700 metri e larga 250, con un'altezza di 15 mt. sul livello del mare per una superficie di circa 11 ettari di pietraia dovuta all'essiccazione e desquamazione dei blocchi di roccia calcarea che la compongono, eppure, capace di farsi amare… forse per il suggestivo fascino di isola perduta o forse per i mille ricordi di avventure passate che inevitabilmente lascia affiorare ogni qualvolta la si sfiora.
E' difficile descrivere Pianosa senza lasciarsi andare a nostalgici ricordi o ad evocarne significati forse inconsci. E' impossibile raccontare Pianosa, senza ricordare un amico che non c'è più e rivivere con lui quei momenti magici e purtroppo irripetibili. Con Lello, abbiamo assaporato il fascino dell'altura, sfidando le 20 miglia di mare aperto spinti da un ansimante 15 cv. dietro un vecchio Zodiac 3.50 e guidati certamente più dalla voglia di arrivare che dalla vecchia bussola a mano. Pianosa rappresentava per noi la meta ambita, l'avventura, il viaggio. Pianosa ha risvegliato in noi una profonda e più intima sensibilità, che ci ha permesso di reimparare a vivere per farci stupire e godere delle cose e delle sensazioni più semplici. Come non ricordare le prime vere battute di pesca subacquea, le prime grandi prede, le tane piene di saraghi e corvine custodite come segreti inviolabili, lo spettacolo delle grandi ricciole, la danza dei dentici al pascolo, quegli spacchi a picco nel blu - dimore inviolabili - di orate maestose. C'era in noi la consapevolezza di aver raggiunto un pezzo di paradiso così lontano eppure così vicino, con i nostri mezzi sicuramente poveri e con le nostre rudimentali capacità che ci facevano sentire eroi. Il "navigare" circondati dal blu a bordo di un pezzo di gomma piena d'aria e che spesso faceva aria. Le lunghe notti sotto una canadese in attesa dell'alba e spesso turbate dall'incubo di un'improvvisa mareggiata, il freddo della primavera, il caldo umido delle notti estive martoriati dalle zanzare e poi i conigli - unici abitanti dell'isola - che ci divertivamo ad inseguire e scovare tra gli anfratti come se fossero pesci da tana. Quante avventure da raccontare, quanti sogni, quante certezze abbiamo vissuto insieme su quest'isola impervia, poco più grande di uno scoglio.
Da qualche anno l'Isola - incatenata da 4 grandi boe luminose - è parco naturale totale: divieto di approdo e di navigazione entro i 500 mt., divieto assoluto di pesca (per la gioia dei bracconieri) e divieto di immersioni a meno che non accompagnati da guide subacquee autorizzate (per la gioia dei Diving). Oggi confesso mi è difficile tornare a Pianosa, la evito volentieri forse per non violare tutti questi ricordi, forse perché non ho più il vecchio Zodiac, forse perché le 20 miglia non rappresentano più un irresistibile richiamo, ma forse e soprattutto per non sentire la mancanza di quell'amico, rapito troppo presto dal lontano mare greco e forse…chissà quanti forse a cui è difficile dare risposta.
Arrivando dal mare, sia da Tremiti sia dal Gargano, l'Isola si lascia vedere solo da vicino. La torre del faro con i capannoni accollati al segnale lasciano intuire sulla linea dell'orizzonte, nelle giornate limpidissime, la vaga lingua di roccia che compone l'isola. Fortunatamente oggi tra GPS e Cartografici non si corre più il rischio di scapolare l'isola perché celata dalla foschia. Nelle giornate di mare grosso è coperta dagli enormi cavalloni che la attraversano da Nord a Sud e ne aumentano la sua essiccazione, scavando nei suoi anfratti, pozze piene di cristalli di sale. La costa alta è rivolta a Nord ed ha anche i fondali più belli e più profondi. La costa a Sud cade invece lentamente a mare dando vita ad un basso fondale utile all'approdo di piccole imbarcazioni. Questo versante è disseminato di piccole secche che rendono pericolosa la navigazione e che spesso sono causa di naufragi per navi distratte e i cui resti sono ancora visibili schiaffeggiati e maltrattati dallo scirocco. Ad Est l'isola ha la Punta di Levante piuttosto larga, verso Nord c'è la Cala del Grottone, con una grotta subacquea che si apre dal basso fondale per penetrare velocemente nelle viscere dell'isola ed abitata saltuariamente da cernie laureate e da qualche aragosta di grossa taglia. Segue la Cala di Tramontana, di poco oltre il Faro con la sua torre e la lanterna ad accensione automatica ai cui piedi i resti di vecchi capannoni allineati.
La funzionalità del faro è stata recentemente sostituita da un bruttissimo traliccio metallico, alimentato da pannelli solari ad accensione automatica. Ad un centinaio di metri verso Nord, di poco all'interno, ecco lo stagno, una specie di laghetto del diametro di circa 25 metri e profondo quasi 8 metri, comunicante con il mare tramite un sifone. Questa "marmitta carsica" soffre del cambiamento dell'alta e della bassa marea per cui l’acqua dentro quest’invaso si abbassa e si solleva continuamente. Attorno al laghetto si è creato un microsistema animale che riesce ad utilizzare e a filtrare quel poco di acqua dolce per la sopravvivenza, per questo oltre a piccoli rettili vi si trovano ancora numerosi conigli selvatici, cormorani e un'infinità di nidi di gabbiani che nei mesi primaverili si popolano di pulcini attirando inevitabilmente anche piccoli uccelli rapaci provenienti dai monti del Gargano.
L'isola come già detto è del tutto disabitata, priva di grosse piante e senza la caratteristica macchia mediterranea che ingioiella le vicine isole Tremiti ed il promontorio del Gargano. Solo alcune piantine grasse e bulbi di cipolle selvatiche, formano la sua flora. Pianosa sarà stata di certo frequentata da popoli transadriatici e sarà sicuramente servita - fin dall'Età Neolitica - quale punto di riferimento per la navigazione tra le coste greche, le isole dalmate e le coste italiane. Di questi passaggi l'isolotto non conserva nulla e nessun reperto è stato mai trovato che testimoni un insediamento umano. I suoi fondali, caratterizzati da acque cristalline, sono invece ricchi di frammenti di ceramiche e di anfore romane per il grande traffico di navi romane risalenti al periodo imperiale. Di certo si tratta di relitti e di navi romane affondate per lo scatenarsi di improvvise tempeste e forse ormeggiate nelle piccole e inospitali insenature dell’isola. I pescatori dalmati e quelli Tremitesi, per la verità con poca cordialità, utilizzarono per anni l'isola di Pianosa per la pesca alle sardine ed alle aragoste. Nel 1880 vi furono costruiti dal Governo Italiano dodici capannoni in muratura e due serbatoi per l’acqua potabile che venivano usati durante la stagione di pesca da aprile a novembre. Durante il secondo conflitto mondiale l'isola servì quale obiettivo alle fortezze volanti angloamericane che scaricavano su Pianosa tutto il carico residuo delle incursioni prima di rientrare negli aeroporti Pugliesi. Tutte le costruzioni furono distrutte e sui fondali dell'intera isola giacciono ancora diverse bombe inesplose che non furono mai recuperate. Recentemente è stata effettuata da artificieri della Marina Militare, una bonifica dei fondali dell'isola proprio in seguito ad un ritrovamento di una grossa bomba risalente alla seconda guerra mondiale. Nel 1948 lo Stato Italiano fece ricostruire il faro e nel 1953 fu ricostruito un capannone in muratura con otto camere di m. 4x4 con porte in ferro per l'alloggio dei pescatori in caso di fortunale e fu inoltre ripristinato un pozzo delle capacità di 10 tonnellate, rifornito dalla stessa nave cisterna che trasporta l’acqua potabile alle isole Tremiti.
E' ancora uso da parte dei pescatori locali e anche dei diportisti più attenti, lasciare tra le mura del capannone piccole scorte di acqua e di alimenti non deteriorabili, affinché possano servire per emergenza a coloro che si trovano costretti a soste forzate e prolungate per eventuali incidenti, avarie o per il maltempo che impedisce anche ai mezzi di soccorso di prendere terra. Tutte queste costruzioni sono oggi in un precario stato di conservazione e tutto il complesso ha subito un inevitabile danneggiamento per la violenza degli agenti climatici e per lo stato di totale abbandono in cui versano, non sarebbe una cattiva idea restaurare queste costruzioni per farle diventare laboratori di ricerca per spedizioni scientifiche al parco marino di quest'isola perduta ultimo lembo di terra in Adriatico.
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